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Perché Marshall epurò il vecchio esercito americano prima ancora che l’America entrasse in guerra
Il 1° settembre 1939, mentre i carri armati tedeschi attraversavano il confine polacco, a Washington iniziava una trasformazione che avrebbe cambiato per sempre l’esercito degli Stati Uniti.
Quel giorno, George Catlett Marshall, cinquantotto anni, assunse l’incarico di Capo di Stato Maggiore dell’esercito americano.
L’Europa era appena precipitata nella guerra.
La Polonia veniva invasa.
La Germania nazista aveva aperto un nuovo capitolo della storia mondiale.
E mentre gli eserciti europei si preparavano a combattere, Marshall si trovava davanti a un problema apparentemente impossibile.
Gli Stati Uniti non erano pronti.
L’esercito che aveva ereditato era piccolo, scarsamente equipaggiato e organizzato principalmente per le esigenze di un paese che non prevedeva di combattere presto una nuova guerra mondiale.
Marshall lo sapeva.
E aveva pochissimo tempo per prepararsi.
Il problema cominciava dai numeri.
Nel 1939, l’esercito regolare americano contava meno di 200.000 uomini. Era una forza minuscola rispetto agli eserciti delle grandi potenze europee.
La Germania, nello stesso momento, stava conducendo l’invasione della Polonia con una forza militare enormemente più grande.
L’esercito americano non possedeva neppure lontanamente la massa di uomini, mezzi e formazioni necessaria per affrontare una guerra continentale.
Ma il problema non era soltanto quantitativo.
Era anche tecnologico.
La guerra moderna stava cambiando rapidamente.
In Europa, carri armati, aviazione, radio, artiglieria e fanteria venivano combinati in operazioni sempre più veloci.
La campagna di Polonia avrebbe dimostrato quanto potesse essere devastante una forza capace di coordinare movimento terrestre e potenza aerea.
La Francia avrebbe scoperto la stessa cosa pochi mesi dopo.
Marshall osservava attentamente.
Capiva che gli Stati Uniti non potevano aspettare che la guerra arrivasse sulle loro coste per cominciare a costruire un esercito moderno.
Dovevano prepararsi prima.
E per farlo, dovevano cambiare non soltanto le armi.
Dovevano cambiare gli uomini che avrebbero comandato quelle armi.
Questa è la parte della storia spesso raccontata attraverso una frase spettacolare: Marshall avrebbe “licenziato 600 ufficiali” prima dell’entrata americana nella guerra.
Ma la realtà era più complessa.
Marshall avviò una profonda riorganizzazione dell’esercito e del corpo degli ufficiali, attraverso pensionamenti, trasferimenti, promozioni, nuove assegnazioni e una selezione molto più severa degli uomini destinati ai posti di comando.
Non si trattò semplicemente di una mattina in cui centinaia di ufficiali furono accompagnati alla porta.
Il problema che Marshall doveva affrontare era molto più grande.
L’esercito americano stava per crescere a una velocità straordinaria.
E quando un esercito passa da poche centinaia di migliaia di uomini a milioni di soldati, la domanda fondamentale diventa:
Chi li comanderà?
Un ufficiale che aveva dimostrato di essere adeguato alla guida di un piccolo reparto non era necessariamente preparato a comandare una divisione.
Un comandante di divisione non era automaticamente pronto a guidare un corpo d’armata.
E un esercito destinato a combattere in Europa, Africa e Pacifico aveva bisogno di una quantità enorme di ufficiali capaci di prendere decisioni in condizioni di pressione estrema.
Marshall doveva quindi creare una nuova generazione di comandanti.
Tra gli ufficiali che avrebbero beneficiato di questa trasformazione c’era George S. Patton.
Nel 1939 Patton non era ancora il generale leggendario che sarebbe diventato.
Era un ufficiale ambizioso con una forte convinzione.
Il futuro apparteneva alle forze corazzate.
Patton aveva studiato attentamente l’impiego dei carri armati e riteneva che non dovessero essere utilizzati semplicemente come supporto della fanteria.
Potevano diventare il centro di una nuova forma di guerra.
Una guerra basata sulla velocità.
Sulla concentrazione.
Sul movimento.
Sulla capacità di penetrare una linea nemica e continuare ad avanzare prima che l’avversario potesse reagire.
Il problema era che l’esercito americano possedeva pochissimi carri armati moderni.
Le risorse erano limitate.
Le strutture erano insufficienti.
L’addestramento non era ancora adeguato alla guerra che si stava sviluppando in Europa.
Ma Marshall non vedeva soltanto ciò che mancava.
Vedeva anche ciò che gli Stati Uniti possedevano.
Un’immensa capacità industriale.
Una popolazione numerosa.
Una rete ferroviaria gigantesca.
Fabbriche capaci di produrre quantità enormi di materiale.
E soprattutto, tempo.
Almeno per il momento.
Gli Stati Uniti non erano ancora entrati in guerra.
Marshall doveva utilizzare quel tempo.
Nel 1940, la situazione europea peggiorò drammaticamente.
La Germania invase Danimarca e Norvegia.
Poi attaccò Belgio, Paesi Bassi e Francia.
L’esercito francese, considerato una delle forze terrestri più potenti del mondo, crollò in poche settimane.
Per Marshall, era una conferma terribile.
La guerra moderna non sarebbe stata combattuta come la Prima guerra mondiale.
Le vecchie concezioni non erano più sufficienti.
Gli eserciti dovevano muoversi rapidamente.
Le comunicazioni dovevano essere efficienti.
Le unità dovevano cooperare.
I comandanti dovevano essere in grado di adattarsi.
E gli Stati Uniti dovevano essere pronti.
Marshall contribuì quindi a sostenere un’enorme espansione militare.
Arrivarono nuove divisioni.
Nuovi campi di addestramento.
Nuovi programmi per gli ufficiali.
Nuove strutture di comando.
Esercitazioni sempre più grandi.
Le Louisiana Maneuvers e le Carolina Maneuvers permisero all’esercito americano di mettere alla prova tattiche e comandanti su una scala che pochi anni prima sarebbe sembrata impossibile.
Fu in questo ambiente che uomini come Patton poterono dimostrare le proprie capacità.
Le esercitazioni non erano semplici spettacoli.
Erano esperimenti.
Gli ufficiali osservavano cosa accadeva quando migliaia di uomini dovevano essere spostati contemporaneamente.
Scoprivano quanto rapidamente il carburante poteva essere consumato.
Capivano quanto fosse difficile mantenere le comunicazioni.
Vedevano cosa accadeva quando una formazione corazzata avanzava troppo rapidamente rispetto alle unità che dovevano proteggerne i fianchi.
La guerra veniva simulata prima di essere combattuta.
E Marshall osservava i risultati.
Non cercava necessariamente uomini facili da comandare.
Cercava uomini capaci di comandare.
Questa differenza sarebbe diventata fondamentale.
Patton aveva una personalità difficile.
Era aggressivo.
Era estremamente competitivo.
Spesso parlava senza preoccuparsi delle conseguenze.
Ma possedeva anche una qualità che l’esercito avrebbe avuto bisogno di utilizzare: sapeva guidare formazioni mobili e aveva una straordinaria energia offensiva.
Marshall comprese che uomini come Patton potevano essere preziosi.
Non dovevano essere perfetti.
Dovevano essere efficaci.
Poi arrivò il 7 dicembre 1941.
Pearl Harbor.
L’attacco giapponese eliminò definitivamente ogni possibilità di mantenere gli Stati Uniti fuori dal conflitto.
L’America entrò in guerra.
E improvvisamente il progetto di Marshall non era più una preparazione teorica.
Era diventato una necessità immediata.
Milioni di uomini sarebbero stati chiamati alle armi.
L’industria americana avrebbe iniziato una produzione gigantesca di carri armati, aerei, camion, cannoni, navi e munizioni.
Ma gli uomini dovevano essere comandati.
E il lavoro fatto negli anni precedenti avrebbe avuto conseguenze enormi.
Nel giro di pochi anni, l’esercito americano sarebbe passato da una forza relativamente piccola a una macchina militare capace di condurre operazioni su più continenti.
Patton sarebbe diventato uno dei suoi comandanti più famosi.
Avrebbe guidato formazioni corazzate in Nord Africa, Sicilia, Francia e Germania.
Ma il generale che il pubblico avrebbe visto attraversare l’Europa alla testa della Terza Armata era il prodotto di un processo iniziato molto prima.
Marshall aveva contribuito a costruire quell’esercito.
Aveva selezionato comandanti.
Aveva promosso uomini più giovani.
Aveva spinto verso una modernizzazione dell’organizzazione militare.
Aveva contribuito a preparare gli Stati Uniti per una guerra che nel 1939 sembrava ancora lontana.
Questa è la vera ragione per cui la storia dei “600 ufficiali” è così interessante.
Il numero, preso isolatamente, rischia di nascondere il punto più importante.
Marshall non stava semplicemente eliminando uomini.
Stava cercando di cambiare una cultura militare.
Voleva un esercito capace di combattere una guerra completamente diversa da quella per cui era stato concepito.
E per farlo era necessario decidere chi avrebbe guidato quell’esercito.
Alcuni ufficiali sarebbero stati pensionati.
Altri trasferiti.
Altri promossi.
Altri ancora avrebbero ricevuto incarichi che avrebbero determinato il loro futuro.
Da questa selezione emerse una generazione di comandanti che avrebbe guidato le forze americane durante la Seconda guerra mondiale.
E Patton sarebbe diventato uno dei più riconoscibili.
Quando finalmente attraversò l’Europa alla testa dei suoi carri armati, sembrava un uomo nato per quella guerra.
Ma la sua storia era iniziata molto prima.
Era iniziata quando l’esercito americano era ancora piccolo.
Quando i carri armati erano pochi.
Quando gli Stati Uniti non erano ancora in guerra.
Quando la Germania sembrava appartenere a un mondo lontano.
E mentre Washington cercava di capire come prepararsi a un conflitto che poteva o non poteva arrivare, Marshall stava costruendo qualcosa di molto più importante di una singola armata.
Stava costruendo una struttura.
Una struttura capace di assorbire milioni di uomini e trasformarli in soldati.
Capace di prendere fabbriche civili e trasformarle in arsenali.
Capace di trasformare ufficiali relativamente sconosciuti in comandanti di divisione, corpo d’armata e armata.
E capace, alla fine, di portare la potenza industriale americana fino al cuore dell’Europa.
Patton sarebbe diventato il volto della velocità.
Marshall sarebbe rimasto soprattutto l’architetto dell’organizzazione.
Uno combatteva davanti alle colonne corazzate.
L’altro lavorava dietro le quinte per costruire l’esercito che avrebbe reso possibili quelle colonne.
Ed è proprio qui che la storia diventa più interessante.
Perché la vittoria americana nella Seconda guerra mondiale non fu creata soltanto sul campo di battaglia.
Cominciò negli uffici del War Department.
Nelle scuole militari.
Nei campi di addestramento.
Nelle fabbriche.
Nelle esercitazioni.
E nelle decisioni difficili su quali uomini avrebbero guidato il nuovo esercito.
Il 1° settembre 1939, George Marshall prese il comando di una forza militare ancora troppo piccola per affrontare la guerra che stava iniziando in Europa.
Meno di sei anni dopo, gli eserciti americani combattevano nel cuore della Germania.
In mezzo c’erano milioni di soldati, migliaia di ufficiali e una trasformazione militare senza precedenti.
E George Marshall aveva iniziato a prepararla prima ancora che il primo soldato americano entrasse ufficialmente nella guerra.
Patton sarebbe diventato uno dei suoi comandanti più famosi.
Ma prima che Patton potesse guidare un esercito attraverso la Francia, qualcuno doveva costruire quell’esercito.
Quel qualcuno era George Marshall.




