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Quando i tedeschi tagliarono in due il suo B-17 a 24.000 piedi — lui continuò a sparare fino a terra . hyn

Quando i tedeschi tagliarono in due il suo B-17 a 24.000 piedi — lui continuò a sparare fino a terraCó thể là hình ảnh về máy bay trực thăng và văn bản

29 novembre 1943.

Ore 11:32 del mattino.

A quasi 24.000 piedi sopra l’Europa, il cielo sembrava incredibilmente tranquillo.

Ma per il sergente Eugene Moran, quella calma stava per finire.

Aveva appena 19 anni.

Era un ragazzo di campagna del Wisconsin.

Prima della guerra aveva conosciuto soprattutto campi, fattorie e strade di provincia.

Ora sedeva da solo nella parte più lontana di un bombardiere B-17 Flying Fortress chiamato Ricky Tikitabi.

Davanti a lui c’erano due mitragliatrici calibro .50.

Dietro di lui c’erano migliaia di metri d’aria.

E tutto intorno, il cielo stava improvvisamente riempiendosi di caccia tedeschi.

Moran li vide avvicinarsi.

Erano numerosi.

Piccoli punti scuri che diventavano sempre più grandi.

Poi arrivarono le prime raffiche.

Il rumore dei proiettili contro il metallo del B-17 era quasi assordante.

Moran afferrò le sue armi.

Non poteva pensare alla paura.

Aveva un compito.

Proteggere la parte posteriore del bombardiere.

E continuare a sparare.

Quella era la sua prima missione di combattimento.

Non avrebbe potuto scegliere un giorno peggiore.

La missione americana aveva come obiettivo Bremen, uno dei più importanti centri industriali della Germania.

Più di trecento bombardieri pesanti americani erano stati inviati verso il bersaglio.

Per arrivare a Bremen, però, dovevano attraversare una delle zone di cielo più pericolose d’Europa.

La Luftwaffe li stava aspettando.

I caccia tedeschi conoscevano perfettamente il problema dei bombardieri americani.

Il B-17 era un aereo straordinariamente resistente.

Aveva più motori.

Numerose mitragliatrici.

Una struttura robusta.

Poteva assorbire danni che avrebbero distrutto altri aerei.

Ma aveva comunque dei punti vulnerabili.

Uno dei più importanti era la parte posteriore.

Un caccia che riusciva a posizionarsi direttamente dietro il bombardiere poteva concentrare il fuoco contro la coda.

Ed era lì che lavorava Moran.

Il mitragliere di coda occupava una posizione quasi completamente isolata.

Il pilota era davanti.

Il navigatore e il bombardiere erano nel muso.

Il tecnico di volo operava nella parte superiore.

Il mitragliere radio aveva un’altra posizione.

I mitraglieri laterali controllavano i fianchi.

Il mitragliere della torretta sferica proteggeva la parte inferiore.

E Moran?

Era solo.

Separato dal resto dell’equipaggio da decine di piedi di fusoliera.

Per comunicare, dipendeva dall’interfono.

Per sopravvivere, dipendeva dalle proprie armi.

Era l’ultimo uomo tra i caccia tedeschi e il bombardiere.

Quando i primi Messerschmitt e Focke-Wulf iniziarono ad attaccare, Moran aprì il fuoco.

Le sue mitragliatrici sparavano raffiche incandescenti.

Il B-17 tremava.

I caccia passavano rapidamente davanti alla coda.

Moran seguiva ogni movimento.

A sinistra.

A destra.

Ancora a sinistra.

Poi un altro caccia arrivava dal basso.

Il cielo era diventato una battaglia tridimensionale.

Non c’erano linee.

Non c’erano trincee.

Soltanto aerei che si muovevano a centinaia di chilometri all’ora.

E proiettili.

Moran continuava a sparare.

Ma la Luftwaffe aveva imparato a combattere i bombardieri americani.

Non cercava necessariamente di distruggere un B-17 con una sola raffica.

I piloti tedeschi cercavano di concentrare il fuoco.

Attaccare in formazione.

Separare i bombardieri.

Costringere gli americani a rompere la formazione.

Poi colpire gli aerei danneggiati.

Per i bombardieri americani, la formazione era una delle loro principali difese.

Decine o centinaia di mitragliatrici potevano creare una barriera di fuoco.

Ma quando un bombardiere veniva danneggiato e perdeva velocità, diventava un bersaglio molto più facile.

Il B-17 di Moran cominciò a subire colpi.

Il metallo veniva perforato.

Parti della fusoliera venivano distrutte.

Il rumore degli impatti riempiva l’aereo.

Moran continuava a sparare.

Non poteva vedere ciò che stava accadendo davanti.

Non poteva sapere quanti membri dell’equipaggio fossero feriti.

Non poteva sapere se i motori funzionassero ancora.

Poteva soltanto continuare a difendere la coda.

Poi arrivò il colpo che cambiò tutto.

Il bombardiere fu gravemente danneggiato.

La struttura cedette.

Il B-17 cominciò a perdere il controllo.

A quell’altitudine, l’aria era gelida.

La pressione era bassa.

Fuori dall’aereo, un uomo senza ossigeno avrebbe avuto pochissimo tempo per reagire.

Ma Moran era ancora nella sua posizione.

Ancora con le mani sulle mitragliatrici.

Ancora alla ricerca dei caccia tedeschi.

Il bombardiere stava precipitando.

Eppure lui continuava a sparare.

Questa è la parte della storia che rende difficile immaginare cosa stesse vivendo quell’equipaggio.

Un B-17 colpito sopra l’Europa non era semplicemente un veicolo danneggiato.

Era una macchina enorme che poteva trasformarsi in pochi secondi in una trappola.

I motori potevano incendiarsi.

I cavi potevano spezzarsi.

La fusoliera poteva aprirsi.

Le ali potevano perdere la propria integrità.

E ogni membro dell’equipaggio doveva decidere se tentare di raggiungere un’uscita, aiutare un compagno o rimanere al proprio posto.

Moran rimase al suo posto.

Il suo istinto era semplice.

Se un caccia tedesco fosse arrivato dietro il bombardiere, avrebbe aperto il fuoco.

Non importava che l’aereo stesse precipitando.

Non importava che la situazione sembrasse senza speranza.

Il suo compito non era sopravvivere.

Il suo compito era proteggere gli uomini davanti a lui.

Questa mentalità era comune tra i membri degli equipaggi dei bombardieri.

Ogni uomo aveva una posizione.

Ogni posizione aveva una responsabilità.

Se un mitragliere abbandonava il proprio posto troppo presto, un attacco nemico poteva diventare letale per tutti.

Moran continuò quindi a sparare mentre il B-17 perdeva quota.

Il terreno, molto lontano sotto di lui, diventava lentamente più grande.

Il cielo si trasformava.

L’altitudine diminuiva.

E il bombardiere continuava a scendere.

A terra, la scena sarebbe apparsa quasi irreale.

Un enorme bombardiere americano danneggiato precipitava dal cielo.

Pezzi di metallo potevano staccarsi dalla fusoliera.

Fumo e detriti seguivano l’aereo.

E nella parte posteriore, un giovane mitragliere continuava a fare il proprio lavoro.

La guerra aerea del 1943 era una guerra brutale.

L’ottava Air Force americana stava ancora cercando di trovare il modo di bombardare la Germania in profondità senza subire perdite insostenibili.

Le missioni a lunga distanza erano estremamente pericolose.

La protezione dei caccia di scorta era ancora limitata rispetto a ciò che sarebbe diventato possibile più avanti nella guerra.

Gli equipaggi dei bombardieri dovevano quindi affrontare lunghi tratti di cielo ostile.

Il problema era semplice.

Per raggiungere gli obiettivi industriali tedeschi, dovevano entrare nel cuore della Germania.

E per farlo dovevano attraversare la Luftwaffe.

La missione di Schweinfurt dell’ottobre 1943 aveva già mostrato quanto potesse essere alto il prezzo.

Decine di bombardieri americani erano stati abbattuti.

Centinaia di aviatori erano stati uccisi, feriti o catturati.

Gli equipaggi sapevano che ogni nuova missione poteva essere quella da cui non sarebbero tornati.

La regola delle 25 missioni era diventata quasi mitologica.

Un equipaggio doveva completare 25 missioni di combattimento per essere normalmente considerato idoneo al ritorno negli Stati Uniti.

Ma per molti uomini, 25 sembravano un numero impossibile.

La probabilità di sopravvivere a una lunga serie di missioni era una delle paure più profonde degli equipaggi.

E Moran era soltanto alla prima.

Aveva 19 anni.

La maggior parte degli uomini della sua età non aveva mai visto una battaglia.

Lui stava combattendo a migliaia di metri sopra la Germania.

Poi, mentre il bombardiere precipitava, arrivò il momento in cui la sopravvivenza dipendeva soltanto dai secondi.

Moran continuò a sparare.

Una raffica.

Poi un’altra.

Il dito sul grilletto.

Gli occhi rivolti verso il cielo.

I caccia tedeschi cercavano ancora di avvicinarsi.

Ma il bombardiere non era più un bersaglio normale.

Era ormai una macchina morente.

E Moran sembrava rifiutarsi di accettarlo.

Alla fine, l’aereo raggiunse una quota molto più bassa.

La possibilità di sopravvivere dipendeva ora dai sistemi di emergenza e dalla capacità dell’equipaggio di abbandonare il bombardiere.

La missione che era iniziata con centinaia di aerei sopra l’Europa si stava trasformando, per quegli uomini, in una lotta individuale contro la morte.

Quello che rimane impresso nella storia di questi equipaggi non è soltanto il numero di bombardieri persi.

Sono i momenti in cui un singolo uomo continua a fare il proprio lavoro anche quando ogni istinto gli dice di scappare.

Moran non aveva il lusso di pensare alla strategia.

Non poteva pensare a Hitler.

Non poteva pensare alla guerra nel suo complesso.

Aveva davanti soltanto una finestra di tiro.

Due mitragliatrici.

E i caccia che cercavano di distruggere il suo aereo.

Questa era la guerra vista dalla coda di un B-17.

Non una grande mappa sul tavolo di un generale.

Non frecce colorate che attraversavano l’Europa.

Ma un ragazzo di 19 anni seduto da solo in una piccola postazione metallica, a migliaia di metri dal suolo, che continuava a premere il grilletto mentre il proprio bombardiere cadeva.

La storia degli equipaggi dei B-17 è piena di uomini che affrontarono situazioni apparentemente impossibili.

E la loro sopravvivenza dipendeva spesso da una combinazione di addestramento, disciplina, fortuna e coraggio.

Moran rappresentava tutto questo.

Non poteva fermare la guerra.

Non poteva proteggere l’intero bombardiere.

Non poteva sapere se sarebbe sopravvissuto.

Ma poteva fare una cosa.

Continuare a sparare.

E così fece.

Fino a quando non fu più possibile.

Quella fu la mentalità che permise a migliaia di giovani aviatori di affrontare missione dopo missione nel cielo europeo.

Erano ragazzi.

Ma venivano messi davanti a decisioni che nessun ragazzo dovrebbe mai dover prendere.

E quando un B-17 veniva colpito a 24.000 piedi, non c’era tempo per pensare alla paura.

C’era soltanto il proprio posto.

Il proprio equipaggio.

E il prossimo caccia tedesco.

Moran rimase lì.

Sparando fino alla fine.

Perché in quel momento, mentre il suo bombardiere cadeva dal cielo, l’unica cosa che poteva ancora controllare era la sua mitragliatrice.

E non aveva intenzione di smettere.

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